Lascia un commento

The Wolf of Wall Street: toglietegli tutto, ma non Leo!

Dwarf tossingThe Wolf of Wall Street, tratto dalla storia vera di Jordan Belfort, broker truffatore la cui parabola ha toccato l’apice tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, non rappresenta una novità nella produzione di Martin Scorsese. Racconta ascesa, splendore e declino di qualcuno che già dal principio è qualcosa di molto simile ad un fallito.

Se si potessero dare due voti diversi, uno al film ed uno all’attore protagonista, sarebbero rispettivamente 6,5 e 9.
Comunque vada la notte degli Oscar, Leonardo Di Caprio si conferma l’attore migliore della sua generazione, un fenomeno in grado di spaziare apparentemente senza sforzo dal thriller alla commedia, per quanto amara e piena di eccessi. Bravissimo anche Jonah Hill (Donnie Azoff), spalla di Jordan-Leo sin dagli albori delle sue malefatte, ma il film funziona perché Di Caprio si sobbarca il peso di tre ore di pellicola, puntando esclusivamente sul suo talento e su una gestualità esagerata ed isterica come doveva essere la vita di Belfort. Credo che lo stesso Scorsese abbia consapevolezza dell’importanza di Leo per la riuscita del film, perché il nostro è sempre in scena. Non vi è alcun approfondimento, non vediamo nessun altro, e dire c’era l’imbarazzo della scelta. Le vittime di Belfort sono invisibili, i concorrenti inesistenti, quelli che vogliono arrestarlo marginali. Tutto gli ruota intorno, e quel che accade in sua assenza non esiste. Di Caprio ha portato sullo schermo un personaggio totalmente amorale: ogniqualvolta si prova a farlo ragionare non mostra il minimo senso di colpa. Sa di fare cose sbagliate, semplicemente non gli interessano le ripercussioni che queste hanno sulla vita altrui. E’ privo di scrupoli e non riesce (non vuole?) vedere che la sua vita sta andando in pezzi. E’un fallito di successo: vive solo per fare soldi e mostrare al mondo di averne, ma senza quelli non ha null’altro da offrire.
Il film è veloce e superficiale, ma si può produrre qualcosa di profondo, che indaghi la parte emotiva di un personaggio, di chi lo circonda e di chi lo subisce, basandosi sulla vita di qualcuno che era davvero superficiale e sballato 20 ore al giorno? Forse cambiando il punto di vista sarebbe stato possibile, ma Scorsese ha scelto di raccontare Belfort attraverso Belfort, e così facendo ha dovuto rinunciare ad indagare sul resto di quello spicchio di mondo.

Esclusi Di Caprio, Hill e McCounaghey – la sua apparizione è fugace ma centratissima – il cast non è eccezionale. P.J. Byrne, Tappetino, è un caratterista non troppo brillante; lo spacciatore Brad (Jon Bernthal, The Walking Dead) ricorda il wrestler Eddie Guerrero; Henry Zebrowski e Kenneth Choi, ovvero Alden “la Lontra” Kupfeinberg e Chester Ming, sono più che altro macchiette. Rob Reiner, “Mad” Max Belfort, svolge il compitino senza esaltare. Bellissima l’australiana Margot Robbie nei panni di Naomi, la seconda moglie di Belfort: nulla da dire su di lei, tranne che al suo posto io e moltissime altre donne non ci saremmo lamentate di aver dovuto baciare Leonardo Di Caprio per diciassette ore al giorno. Esistono mestieri peggiori, Margot. La ragazza ha delle scusanti e va compresa: quando la mia generazione piangeva per Leo-Jack Dawson congelato nell’Atlantico, Margot aveva sette anni e al cinema ci andava per il magico Natale de La Bella e la Bestia. Ti perdoniamo, ma ora va’ e non peccare più.
La prima moglie di Belfort è interpretata da Cristin Milioti (la madre di tutte le madri, la futura moglie di Ted Mosby in How I Met Your Mother), ed è uno dei pochi elementi del film, insieme ai venditori di penny stock di Long Island e alla Ferrari bianca in stile Miami Vice, ad appartenere esteticamente agli anni ’80. Non mi hanno convinta granché i costumi né le scenografie, ma devo ammettere di non averci ragionato sopra nell’immediato. Le droghe, il sesso a carrettate e i discorsi motivazionali non te ne danno il tempo. A quarantotto ore di distanza mi rendo invece conto che se non avessi saputo in che anni è ambientato il film non avrei quasi notato la differenza con gli anni duemila. Non mi ha entusiasmata nemmeno la colonna sonora  anche se Gloria di Umberto Tozzi così, all’improvviso, è stata come Blue degli Eiffel 65 in Iron Man 3: una sorpresa assoluta.

Leonardo Di Caprio merita, come è spesso accaduto, un premio Oscar. La concorrenza quest’anno è spietata, ma per il semplice fatto di aver trainato in solitaria un carrozzone di tre ore caotico come The Wolf of Wall Street bisognerebbe assegnarglielo d’ufficio. Jonah Hill è stato una spalla degnissima, e visto l’affiatamento dimostrato non mi stupirebbe rivederli insieme.
Nel complesso, grazie alla loro interpretazione, il film merita un 7+.

Annunci

Informazioni su Francesca

Normalmente, da blogger mi occupo di politica, interna ed internazionale. Nel tempo libero leggo e vado al cinema, non sempre con buoni risultati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: